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Il brigantaggio, azione ribelle contro l’invasore piemontese

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Matese. Tra moderno e contemporaneo

Questa settimana per la rubrica “Matese tra moderno e contemporaneo”, la firma di Giordano Bruno Guerri, tra i più conosciuti storici d’Italia, presidente della fondazione Il Vittoriale degli Italiani e maggiore biografo di Gabriele D’Annunzio. Condivide con noi la propria visione sul Brigantaggio.

Il brigantaggio

di Giordano Bruno Guerri

Il Risorgimento è da tempo sottoposto ad una revisione storiografica che ne abbassa realisticamente i toni da libro Cuore, travasati per oltre un secolo nei libri di storia, in particolare di quelli scolastici. In realtà al Sud lo Stato italiano (“i Piemontesi”) veniva sentito come un corpo estraneo e invasore, portatore di leggi e balzelli. Non esisteva ancora negli italiani un sentito concetto di patria, men che meno di nazione e di popolo. L’unità era stata un’invenzione di politici e intellettuali, non era un desiderio sentito dalle masse; i famosi plebisciti con il 99.9 per cento di assensi sull’annessione delle varie regioni all’Italia, cioè al regno dei Savoia, rappresentavano in realtà il 2 per cento della popolazione. Le masse erano prima di tutto ignoranti, povere e legate alla propria cultura regionale, non sentivano il bisogno della nuova, grande patria.

Il “brigantaggio” – sostenuto dai Borboni in esilio, dal clero, da veri briganti e dalla popolazione civile – fu una rivolta di massa, sociale e politica, una vera guerra civile sanguinosissima che l’ufficialità di allora, i regimi successivi e la storiografia si sono sempre sforzati di nascondere. Era la prima, dura prova dello Stato unitario, sulla quale si giocava la sua credibilità internazionale; e lo Stato, nel periodo 1861-1864, impiegò quasi metà dell’esercito per vincere la ribellione. Il 15 agosto 1863 fu approvata la legge Pica, che estendeva la repressione alla popolazione civile, ovvero a chiunque fornisse ai “briganti” viveri, informazioni “ed aiuti in ogni maniera”. Con questo strumento operarono i nomi più illustri dell’esercito, Alfonso La Marmora, Enrico Cialdini, Enrico Morozzo della Rocca, Giacomo Medici, Raffaele Cadorna.

Intere regioni furono sottoposte a un regime di occupazione, ebbero villaggi incendiati, coltivazioni distrutte e lutti – decine di migliaia, non si sa quanti – dovuti ai “piemontesi”. La crudeltà fu estrema da entrambe le parti. La popolazione considerava i briganti eroi coraggiosi contro un invasore. Ancora ottanta anni dopo Carlo Levi, in Cristo si è fermato a Eboli, scrisse: “Non c’è famiglia che non abbia parteggiato, allora, per i briganti o contro i briganti; che non abbia avuto qualcuno, con loro, alla macchia, che non ne abbia ospitato o nascosto, o che non abbia avuto qualche parente massacrato o qualche raccolto incendiato da loro. A quel tempo risalgono gli odi che dividono il paese tramandati per le generazioni, e sempre attuali. Ma, salvo poche eccezioni, i contadini erano tutti dalla parte dei briganti, e, col passare del tempo, quelle gesta che avevano colpito le loro fantasie si sono indissolubilmente legate agli aspetti familiari del paese, sono entrate nel discorso quotidiano, con la stessa naturalezza degli animali e degli spiriti, sono cresciute nella leggenda e hanno assunto la verità certa del mito.”

Non è possibile capire il successivo rapporto Nord-Sud, fino ai nostri giorni, se non si tiene conto di quegli eventi. L’Italia settentrionale assistette inorridita alla guerra, per quanto si cercasse di nasconderne la gravità, e si cominciò a chiedersi se annettere “quei selvaggi” era stato un bene. Il banditismo venne stroncato senza che peraltro venisse risolto il problema della criminalità, né tanto meno quello della sopravvivenza quotidiana dei più poveri.

Alla fine del 1865, la lotta al “brigantaggio” era ormai vinta, anche se durerà almeno fino all’annessione dello Stato della Chiesa. Il governo centrale si era imposto, l’Unità era salva grazie all’esercito, ma a caro prezzo. Scrive Gianni Oliva: “L’introduzione del regime costituzionale e delle annesse garanzie statutarie, che era stato presentato come il più importante motivo di progresso politico conseguente all’unificazione, si era di fatto risolto nella sua stessa negazione, la dittatura militare”.  Prima di lui, un padre della patria, Luigi Settembrini era arrivato a una conclusione ineccepibile, nel suo realismo: “L’esercito è il filo di ferro che tiene unita l’Italia dopo averla cucita.”

 

 

 

 

 

 

 

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