Siamo alla fine del XVI secolo e un caso giudiziario e morale colpisce la diocesi di Alife, coinvolgendo il vescovo Enrico Cini. A denunciare al papa i reati è il duca di Traietto, signore di Piedimonte. Per la rubrica “Matese tra Moderno e Contemporaneo” il racconto del “caso” relativo al vescovo Cini è lo storico Armando Pepe, autore tra l’altro di un libro sull’argomento in questione. Il valore della ricerca storica sulle pagine di Clarus.

L’esposto del duca di Traietto
Alla fine del XVI secolo, la diocesi di Alife fu sconvolta da un clamoroso caso giudiziario e morale che coinvolse il vescovo Enrico Cini. Fu il duca di Traietto, signore di Piedimonte, a rivolgersi direttamente al papa “per buon zelo di religione cristiana e per l’utile del suo popolo”. L’esposto conteneva una lunga serie di capi d’accusa, tutti di estrema gravità: abuso dell’autorità spirituale, uso illecito di denaro, violazione del segreto confessionale e comportamenti indegni di un pastore di anime.
Casi riservati e denaro personale
Il vescovo Cini aveva riservato a sé numerosi “casi” di assoluzione, costringendo i confessori a chiedere il suo permesso per assolvere i penitenti. In cambio imponeva composizioni pecuniarie che destinava a usi personali. In più, pretendeva di conoscere i nomi dei fedeli coinvolti, arrivando talvolta a rivelarli pubblicamente durante le prediche.
Il “profeta” di Piedimonte
Le accuse parlavano anche di una vera e propria messa in scena di poteri soprannaturali: Cini affermava di possedere “spirito profetico”, prediceva il futuro e organizzava processioni singolari, come quella in cui immerse un crocifisso nel fiume per chiedere la pioggia, annunciando che il giorno dopo – come “rivelato dallo Spirito Santo” – sarebbe caduta. E così avvenne. Non mancavano episodi bizzarri: corse a cavallo tra la folla, calze rosse “in attesa della porpora cardinalizia” e battute irriverenti sui papi.
Scomuniche e scandali pubblici
Il vescovo era solito comminare scomuniche per motivi futili, talvolta dietro compenso. In un’occasione, commentando pubblicamente il motu proprio di Sisto V sull’aborto, usò parole esplicite e volgari, rivolgendosi in modo diretto alle donne sposate presenti in chiesa, suscitando indignazione e scandalo.
Simonia e giustizia sottratta al foro ecclesiastico
Le denunce comprendevano anche accuse di simonia, come la richiesta di una gallina per impartire la benedizione matrimoniale. Alcuni casi di stregoneria e letture proibite, invece di essere giudicati dal tribunale ecclesiastico, venivano affidati direttamente alla giustizia regia, sottraendoli alla giurisdizione diocesana.
La protezione di Roma e la decisione papale
Consapevole della protezione che Cini godeva come “creatura di Sisto V”, il duca di Traietto chiese l’intervento di un commissario apostolico. Dopo lunghe valutazioni, il 26 febbraio 1591 papa Gregorio XIV decise di inviare un vicario apostolico con pieni poteri e di convincere il vescovo a dimettersi entro due mesi, concedendogli una pensione dopo l’assoluzione dalle censure per violazione di clausura.
Un episodio emblematico
Il caso di Enrico Cini rappresenta uno dei momenti più controversi nella storia della diocesi di Alife, rivelando come, anche in piena età post-tridentina, non mancassero conflitti tra autorità spirituale e potere civile, né cedimenti personali di chi avrebbe dovuto essere guida e modello per il proprio gregge.