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La peste di Camus e la salvezza come rivolta contro l’assurdo

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Quando un virus è sconfitto da tutti, dalla presa di coscienza collettiva… Il nostro itinerario letterario tra i racconti di epidemie, questa settimana ci porta nella vicenda de La peste di Albert Camus, romanzo attraversato dalla flosofia esistenzialista del XX secolo che trova in Jean Paul Sartre il principale ispiratore.

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Il celebre romanzo La peste di Albert Camus ha come nucleo narrativo il racconto di un’epidemia. O meglio, delle tante pratiche messe in campo per arginarla. Dal protagonista, il dottor Bernard Rieux, ma anche di tanti altri come l’amico Jean Tarrou, il padre gesuita Paneloux o il giornalista Rambert. Tutti col loro onere contro il morbo. Onere, dovere, un concetto, come vedremo, importante per Camus. Siamo in un non precisato momento degli anni ’40. Ad Orano in Algeria. Città mercantile in cui la gente trascorre il tempo tra affari e piccoli piaceri. Vengono trovati dei topi morti: la peste arriva. E ne sconvolge per sempre l’equilibrio. Dopo un primo atteggiamento superficiale ci si rende conto del flagello. Le autorità fanno quel poco che resta da fare per limitare il contagio. Tutto va chiuso. Gli abitanti reagiscono con i comportamenti più svariati. Salta fuori, come in ogni dramma, il grande e vasto campionario dei comportamenti umani: chi non rinuncia alla vita di tutti i giorni, chi si abbandona ai piaceri pensando possano essere gli ultimi, chi spera nella fede, chi si barrica in casa, chi diffida, chi pratica sciacallaggio. E ci sono, ovviamente in maggioranza, i tanti che si danno da fare, come il dottore protagonista. Morti e contagiati salgono ogni giorno di più. È una catastrofe. Che per giunta reca panico e rassegnazione. Ma ci sarà il lieto fine. La ricerca costante, il lavoro minuzioso e di squadra ha infine trovato il vaccino. Un epilogo di salvezza.

Come in ogni storia di epidemia c’è la stessa sequela. Manifestazione del morbo, contagio, intervento delle istituzioni, lavoro di gestione dell’emergenza, lotta all’epidemia, morti e poi, forse, il lieto fine. E con essa tutta la commedia dei casi umani che, nelle situazioni singolari, emerge sempre in tutti i suoi aspetti più svariati e autentici. Ne viene fuori una necessità dei comportamenti umani di adattarsi al nuovo contesto che si definisce di giorno in giorno, con le istituzioni che navigano a vista. Un esempio ne è l’ordine improvviso, diremmo oggi, di lockdown:

Una volta chiuse le porte, si accorsero di essere tutti, e anche lo stesso narratore, presi nel medesimo sacco e che bisognava cavarsela. […] Una delle conseguenze più notevoli della chiusura delle porte fu, infatti, la subitanea separazione in cui si trovarono persone che non vi erano preparate. Madri, figli, sposi, amanti che avevano creduto, alcuni giorni prima, di procedere a una temporanea separazione, che si erano abbracciati sulla banchina della nostra stazione con due o tre raccomandazioni, sicuri di rivedersi pochi giorni o poche settimane dopo, affondati nella stupida fiducia umana, appena distratti, per quella partenza dalle loro abituali preoccupazioni, si videro di colpo allontanati senza rimedio, impediti di raggiungersi o di comunicare. […] era impossibile prendere in considerazione i casi particolari. Si può dire che quest’invasione brutale della malattia ebbe per primo effetto di costringere i nostri concittadini ad agire come se non avessero sentimenti individuali. Nelle prime ore del giorno in cui il decreto entrò in vigore, la prefettura fu assediata da una folla di postulanti che, al telefono o presso i funzionari, esponevano situazioni egualmente interessati e, nello stesso tempo, egualmente impossibili da esaminare. In verità ci vollero parecchi giorni prima che ci rendessimo conto di trovarci in una situazione senza compromesso, in cui le parole “transigere”, “favore”, “eccezione” non avevano più significato.

Spesso il romanzo è andato incontro a una lettura banale per cui la città appestata e il dottore siano facili allegorie rispettivamente del male e del lavoro accorto che riesce a superarlo attraversandolo. Per carpirne invece i significati profondi occorre individuare i connotati strutturanti della poetica di Camus. Tutta la scrittura è mossa dalla riflessione sull’esistenza umana, la cui principale cifra demarcativa è denotata da una condizione di assurdità, di un non pervenuto senso dell’esistenza umana, di una non definita enucleazione dell’essenza dell’uomo e delle cose. Tra uomo e natura si stabilisce così un rapporto di totale indifferenza, che porta l’uno a percepirsi come “straniero” nell’altra. Lo straniero, il suo precedente romanzo, non dà voce (almeno non solo) al sentimento di chi, come lui, è francese trapiantato in Algeria, con tutte le conseguenze sul piano politico e sociologico. È invece il modo in cui si vive. E allora non resta che prenderne consapevolezza e da questa riconoscere il prossimo come fratello, come comune testimone del vissuto dell’assurdità dell’esistenza.

L’esistenzialismo, negli anni in cui scrive, è al primo piano sulla scena letteraria francese ed europea. Il filosofo e narratore più in voga è Jean Paul Sartre che muove riflessioni sugli stessi temi, ma con esiti diversi da cui ne conseguono dei risvolti politici importanti. Il pensiero di Sartre infatti, fondato sull’assunto che l’esistenza preceda l’essenza sfocia in una sorta di umanesimo, che impegna l’uomo, lo responsabilizza, e, nella cultura degli anni ’40 e ’50, non può che trovare una sponda nel marxismo e nell’impegno politico del Partito Comunista Francese, all’epoca, come in tutta Europa, egemonizzato dallo stalinismo. Camus, che soffrirà molto una sorta di ostracismo che il mondo culturale gli pone per questo suo non schierarsi per la causa comunista, non può rientrare in questo schema. Ma non già per le sue idee politiche, ma per le conseguenze politiche generate dalla sua riflessione sull’essere umano. Per Camus è impossibile simpatizzare per ogni totalitarsimo, proprio perché per lui l’uomo non è fatto dei suoi attributi, del suo ruolo sociale e nemmeno dei suoi scopi. L’uomo è fatto di quotidianità e tutto il resto non può che essere posteriore. La costruzione di una “società giusta” è una sua ossessione a cui non sa dare una risposta. Di qui non può in nessun modo appoggiare grandi costruzioni di pensiero, l’unico socialismo che può sostenere è il Marx dello smascheramento delle strutture economiche della società, di disvelamento dello sfruttamento alla base della produzione della ricchezza, non già le altre forme che concepiscono il socialismo come qualcosa da instaurare seguendo delle istruzioni. E non è un caso che le rivolte in Ungheria contro l’Unione Sovietica lo trovano d’accordo.

Per questo la sua scrittura si carica di precisi doveri. Nel discorso tenuto quando riceverà il premio Nobel per la letteratura nel 1957 dirà infatti che “la missione dello scrittore è fatto per definizione, non può mettersi oggi al servizio di coloro che fanno la storia: è al servizio di quelli che la subiscono. La letteratura dunque diventa uno strumento conoscitivo della realtà, oltre che luogo di consolazione. Un luogo di riconoscimento dell’indifferenza del cosmo alla sorte umana. E per questo un veicolo di fratellanza, di comunione delle fragilità. Se il mondo è pestilenza, non si può impedire che si muoia. Non si può anestetizzare il dolore. Si può però riconoscerlo. Nel suddetto discorso infatti enuncerà una dichiarazione di poetica affermando:

Ma in tutte le circostanze della sua vita […] lo scrittore può ritrovare il sentimento di una comunità vivente che lo giustifichi, alla sola condizione che accetti, finché può, i due impegni che fanno la grandezza della sua missione: essere al servizio della verità e della libertà. Poiché la sua vocazione è quella di riunire il maggior numero possibile di uomini, egli non può valersi della menzogna e della schiavitù che, là dove regnano, fanno proliferare la solitudine. Qualunque siano le nostre debolezze personali, la nobiltà del nostro mestiere avrà sempre le sue radici in due difficili impegni: il rifiuto della menzogna e la resistenza all’oppressione.

La malattia diventa comune condizione esistenziale, la vita nel mondo è epidemia. Viene automatico collegarci a La ginestra di Leopardi dove il poeta auspica che gli umani possano rivoltarsi alla natura maligna opponendo una “social catena”, in Camus invece vi è “solo” una presa di consapevolezza di questa indifferenza, di questa sensazione dolorosa, a cui non opporre nessuna risposta eroica, ma “semplicemente” il lavoro quotidiano, una strategia di adattamento, il riconoscimento di una causa comune per eliminare il male sperimentando forme di convivenza con esso. Il virus della peste, è infatti sconfitto non dall’impresa di un medico eroe, ma dal servizio medico di tutti i giorni. E di tutti.

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