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La peste di Manzoni. Passione e ideologia tra buon senso e senso comune

1823
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Il viaggio attraverso la letteratura e le sue pagine dedicate alle epidemie, questa volta ci proietta nella Milano de I promessi sposi di Alessandro Manzoni, romanzo più volte richiamato all’inizio di questa epidemia da Coronavirus, per l’esame e la lettura sugli uomini, sulle reazioni, sulle paure, sulla confusione.
L’autore di questa rubrica, Luca Di Lello ne esamina la dimensione politica, filosofica, religiosa di allora, e ce la ripropone in un parallelo semplice, immediato e forse anche scontato, seppur ci separino secoli di accadimenti ed esperienza.

Gli articoli precedenti della rubrica:
La Ragione contro la peste. De Rerum Natura
La peste di Giustiniano
Boccaccio tra peste e letteratura
La peste di Londra: Daniel Defoe
La maschera della morte rossa di Edgar Allan Poe

Non è assolutamente possibile in questa sede, e forse nemmeno in un libro, riuscire ad esprimere il significato che la questione della peste conferisce al romanzo più importante della letteratura italiana, né tantomeno alla vastità di pensiero, cultura e ideologia di un gigante dell’Ottocento, qual è Alessandro Manzoni.

Quale scenario sociale e politico migliore per un figlio di quell’illuminismo milanese pratico e vivo, di uno dominato dall’anarchia totale, dall’inefficienza delle leggi e di ogni norma del vivere associato? Quale scenario umano migliore per un grande intellettuale convertito al cristianesimo? La scelta di Manzoni per il Seicento è fondamentale per comprendere l’ampio respiro politico, filosofico e anche religioso che sostanzia le strutture profonde sulle quali poggia l’intero universo semiotico delle immagini dei Promessi sposi.
Famosa quanto illuminante è la lettera a Fauriel del 1822 proprio sulla scelta del Seicento in cui sostiene che “il governo più arbitrario combinato con l’anarchia feudale e l’anarchia popolare; una legislazione stupefacente per ciò che prescrive e per ciò che fa indovinare e racconta; un’ignoranza profonda, feroce e pretenziosa; delle classi con interessi e
principi opposti”.
Sono innumerevoli gli episodi dei capitoli XXXI-XXXVI del grande romanzo che descrivono tutti gli effetti recrudescenti del contagio. Riportiamo dunque quello che più di tutti riesce a rendersi paradigmatico di quel disordine: quello del linciaggio di un innocente anziano, l’immagine forse esattamente opposta a quella di “società manzoniana” ideale:
Nella chiesa di sant’Antonio, un giorno di non so quale solennità, un vecchio più che ottuagenario, dopo aver pregato alquanto inginocchioni, volle mettersi a sedere; e prima, con la cappa, spolverò la panca. – Quel vecchio unge le panche! – gridarono a una voce alcune donne che vider l’atto. La gente che si trovava in chiesa (in chiesa!), fu addosso al vecchio; lo prendon per i capelli, bianchi com’erano; lo carican di pugni e di calci; parte
lo tirano, parte lo spingon fuori; se non lo finirono, fu per istrascinarlo, così semivivo, alla prigione, ai giudici, alle torture. “Io lo vidi mentre lo strascinavan così, – dice il Ripamonti: – e non ne seppi più altro: credo bene che non abbia potuto sopravvivere più di qualche momento”.

Le urla, l’accanimento, la violenza cieca e l’ignoranza. Un mix esplosivo che deve essere disinnescato col buon governo, con la concordia e l’impegno di tutti. Ordine e impegno: parole-chiave. E non si capisce nulla del romanzo senza capire l’attività politica, quasi militante, di Manzoni che si fonde con la sua visione religiosa e col suo sguardo sul mondo. L’ideologia manzoniana si sostanzia di due grandi sistemi di pensiero: il liberalesimo e il cristianesimo. Il primo di formazione e di contesto del laborioso ambiente milanese dominato da una borghesia che interroga se stessa, i propri interessi, i
propri spazi di agibilità politica, i propri destini. Il secondo, difficile da comprendere definitivamente, di conversione cristiana prossima a una sua declinazione giansenista, dominato non da una spiritualità gioiosa, permissiva e aperta, ma dominata da un’idea del peccato originale che informa di sé tutta la società e la storia degli uomini, la loro solitudine e l’idea della Provvidenza che agisce nella storia.

L’immagine di consorzio umano che ne deriva è dominata da ruoli e impegni specifici per ogni classe sociale: l’aristocrazia deve mettere le sue ricchezze e la sua potenza al servizio della comunità, una sana attività politica deve sollecitare i singoli a investire, a creare aziende, ricchezza e lavoro e permettere l’ascesa della borghesia. La ricchezza deve venire incontro ai poveri, ma questi devono però rinunciare a ogni rivendicazione di conflitto sociale, sopportando con pazienza le loro miserie.
Tutto deve essere dominato da un potere in grado di legiferare con forza e inserire precisi steccati nella società. Tutto è dominato dalla consapevolezza che la felicità non è destino di questo mondo, che sarà possibile solo nell’altro ultraterreno e che l’armonia primigenia edenica è distrutta per sempre dal peccato originale. Questa compenetrazione di filosofia, politica e religione continua anche dopo la stesura del romanzo e nel periodo in cui nella produzione manzoniana si osserva un distacco dalla pratica letteraria per orientarsi sulla saggistica. Ecco perché insistere tanto sullo scenario della città contagiata, e sul caos. Ne abbiamo una conferma nella Storia della colonna infame, scritta come appendice al romanzo nel 1840. Lì ricostruisce il processo agli untori, le condanne agli innocenti, e
dà modo di dispiegarsi al naturalmente conseguente quesito sulla natura umana, poiché diventa inevitabile pensare che anche una legislazione retrograda come quella del Seicento avrebbe potuto impedire la barbarie che quel periodo fu.
Per Manzoni non c’è “giustificazionismo storico”.
L’ignoranza non è un destino ineluttabile, sempre il libero arbitrio umano lo mette in faccia alle sue responsabilità. Ecco come scrive sulla natura umana:
Se in un complesso di fatti atroci dell’uomo contro l’uomo, crediam di vedere un effetto de’ tempi e delle circostanze, proviamo insieme con l’orrore e con la compassion medesima, uno scoraggiamento, una specie di disperazione Ci par di vedere la natura umana spinta invincibilmente al male da cagioni indipendenti dal suo arbitrio, e come legata in un sogno perverso e affannoso, da cui non ha mezzo di riscotersi, di cui non può nemmeno accorgersi.

Ecco come questo “pessimismo sociologico” non esclude un intervento umano nella storia, ma addirittura può richiederlo. Ecco come possono compenetrarsi cristianesimo e liberalismo, ecco il perché del tanto famoso quanto amaro commento sul “buon senso” che “c’era, ma era nascosto per paura del senso comune”.
È infine importante ricordare e contestualizzare che, nell’ambito della fortuna dei Promessi Sposi, l’ideologia politica cattolico-liberale è diventata successivamente dominante nell’intero del movimento del Risorgimento e incalzata poi “da sinistra” dal repubblicanesimo democratico, e poi dal nascente socialismo, ed è in questa prospettiva che l’opera, sempre presentata ha perso la sua carica politica progressista e innovatrice. Ma non dobbiamo dimenticarci che l’inizio di questa scrittura è negli anni ’20 dell’Ottocento, negli anni del fallimento dei moti liberali, della repressione asburgica che si fa delusione per le soffocate aspirazioni di libertà e giustizia sociale. È stato concepito
e resta un libro combattivo.
È per questo che Umberto Eco consigliava ai ragazzi “Leggetelo e rileggetelo, ragazzi, sotto il banco, mentre il professore parla d’altro. Vi invito a una lettura clandestina di Manzoni, come se fosse un libro proibito.”

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