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    Home»Primo Piano»Un “Manifesto” per l’Area Interna Alto Matese. Le proposte dell’esperto economista Salvatore Capasso
    Primo Piano Territorio

    Un “Manifesto” per l’Area Interna Alto Matese. Le proposte dell’esperto economista Salvatore Capasso

    Redazione28 Giugno 20251 commento

    Salvatore Capasso, Economista ed esperto di politiche per le Aree interne sta percorrendo l’Italia in bicicletta. Dalle Madonie alle Langhe un percorso per leggere, comprendere, studiare la vita e le prassi delle aree interne. Dove per prassi intendiamo buone pratiche e fallimenti di chi riesce o dovrebbe realizzare una rinnovata vivibilità dei luoghi soggetti a spopolamento. Un itinerario che ci sta restituendo una chiara fotografia: il divario tra Sud e Nord, la resistenza o l’attitudine a mettersi insieme, cooperare e far rivivere i luoghi secondo il concetto di neoripopolamento. Sarebbe dovuto intervenire nel convegno sulla pianificazione territoriale dell’Area Interna Alto Matese, ma il viaggio di cui è protagonista non gli l’ha permesso; ha affidato ad uno scritto una acuta e determinata riflessione che molto pesa sulle responsabilità della politica locale e affida ad un “Manifesto” il suo contributo esperto.

    Un Manifesto per l’Area Interna “Alto Matese” 

    Intervento per il Convegno  “Pianificazione territoriale e sviluppo economico dell’Area Interna Alto Matese”
    di Salvatore Capasso

    Gentili partecipanti,
    Autorità, relatori, cittadine e cittadini,
    vi rivolgo un cordiale saluto e, al tempo stesso, mi scuso per non poter essere presente oggi con voi. Avevo valutato la possibilità di interrompere il mio viaggio in bicicletta per raggiungervi. Tuttavia, la distanza e alcune sopravvenute difficoltà logistiche mi hanno costretto a rinunciare.

    Ciò nonostante, durante il cammino ho riflettuto a lungo sul tema del convegno: pianificazione territoriale e sviluppo economico.
    Il mio contributo nasce da alcune riflessioni maturate proprio nel corso di questo viaggio in bicicletta, nato come progetto di studio, indagine e verifica sulle aree interne — con particolare riguardo a quelle dell’Appennino — e sulle politiche di coesione attuate, anche alla luce dei recenti cambiamenti intervenuti nella definizione della Strategia Nazionale delle Aree Interne (SNAI).

    Sono partito da Palermo nel maggio del 2024 e ho raggiunto Norcia. Dopo la pausa invernale, sono ripartito e oggi sono in Toscana, nelle Foreste Casentinesi. Ho percorso 4.000 chilometri, ne mancano ancora all’incirca 2.000.

    Mi guidano alcuni punti chiave — delle “ancore territoriali” — che si affiancano a quelli della SNAI, così come fu concepita dall’amico Fabrizio Barca: il capitale sociale di Putnam, il familismo amorale di Banfield, i beni comuni di Ostrom, lo studio di Cartocci sulla linea di faglia tra regioni più “civiche” e “meno civiche”.

    Parto da un assunto imprescindibile: la geografia è la forma della storia.
    Ne consegue che lo spazio è un prodotto di relazioni.
    È nella trama dei nomi e delle funzioni dei luoghi che si leggono i sistemi di valore, i conflitti delle comunità, le relazioni di potere che le attraversano.

    Quindi, prima di pianificare, occorre conoscere.
    L’intima conoscenza dei luoghi è il presupposto essenziale.
    Ma non basta.

    La presenza di ricercatori permanenti — anche accademici, attivisti, provenienti da altre regioni, con un bagaglio di esperienze — è fondamentale per “riattivare” le energie latenti delle aree interne. Cito, a questo proposito, l’esperienza del Comune di Gagliano Aterno.

    Pertanto, meno laboratori astratti, fatti di sole traiettorie concettuali.

    Un altro punto chiave è la formazione trasversale, come quella promossa dalla “Londa School of Economics”, in Toscana: una scuola che “ripensa” l’economia dei territori, in quanto le città, oggi, non sono più in grado di indicare una direzione di fronte alle grandi sfide.
    Pertanto, le aree interne possono diventare laboratori di innovazione, dove l’economia rigenera.

    Occorre formare nuovi imprenditori — e per “nuovi” intendo diversi per visione e funzione — perché le imprese sono il motore dello sviluppo locale.
    Serve una nuova visione!
    Siamo decenni indietro rispetto all’Italia centro-settentrionale. Penso, ad esempio, alle Marche: lì, un festival come Borgo Futuro a Ripe San Ginesio, organizzato da giovani universitari ritornanti, è riuscito a creare una rete di comuni e ora si sta aprendo alle associazioni.
    Da noi, i festival sono spesso autocelebrativi.

    In assenza di un fitto reticolo di reti — tra comuni, imprese, associazioni — i principali attori del territorio alimentano divisione e contrapposizione.
    Esistono “élite” che estraggono valore dai territori. Barca chiama questi attori “rentiers”: coloro che bloccano il cambiamento e le innovazioni sociali.

    Sono necessari percorsi formativi per gli amministratori locali.
    Valga per tutti l’esempio della Piccola Scuola dei Comuni di Castiglione Messer Marino, in Abruzzo, dove — su iniziativa di Rossano Pazzagli — si insegnano le buone pratiche a chi amministra i territori.

    Da noi i sindaci, ad esempio, dovrebbero essere consapevoli dell’estrema vulnerabilità di un’area carsica come quella del Matese, da cui proviene l’acqua che disseta milioni di persone.
    Il processo di formazione della coscienza dei luoghi è lungo, ma necessario.
    In Toscana, come nelle Marche, la SNAI ha agito in continuità con esperienze già in corso.
    Esisteva un’attitudine alla collaborazione, al vero associazionismo, al cooperativismo, alle comunanze, all’agitazione sociale.
    Da noi, spesso, questi elementi mancano.

    Ma a questo punto entrano in gioco i Celti e i popoli italici, i Normanni e i Comuni, il latifondo e la mezzadria,i monaci benedettini camaldolesi, avellaniti, vallombrosiani e quelli di Montecassino, ed è una storia lunga da raccontare.
    Per quel poco che ho visto, nel delineare la strategia dell’Alto Matese, la SNAI è stata ricondotta a un bando, come il PNRR o il Bando Borghi.
    È mancata una visione strategica, frutto di un ascolto partecipato del territorio. È come voler costruire un puzzle a cui mancano alcuni i pezzi.
    Se gli abitanti non vengono effettivamente coinvolti, i progetti — pur realizzati — cadranno nel vuoto.
    Ma la colpa non è solo della “fantomatica politica”.
    Esistono faglie, fratture interne ai comuni che impediscono una reale collaborazione.

    Occorre costruire mappe di comunità, delineare percorsi lenti di riattivazione sociale. Serve contaminazione, mescolanza.
    Anche qui in Toscana dove sono in questo momento, nel mio percorso di viaggio,  esistono i campanili, ma ci si prende cura dei luoghi.
    Da noi, manca proprio il concetto di “cura”.
    Le associazioni potrebbero avere un ruolo centrale, ma troppo spesso sono nuclei chiusi, orientati ciascuno secondo le proprie necessità.
    E infine, una riflessione sul turismo, spesso visto come la panacea di tutti i mali delle aree interne.
    Diceva Manlio Rossi Doria: “Salvo pochi casi, il turismo non è la soluzione, ma un’illusione.”
    Il turismo è una fetta della torta, non la torta intera.

    È necessario attivare le filiere corte montagna-città, in modo che i prodotti del Matese raggiungano facilmente le città di pianura e quelle costiere, come si sta sperimentando in Piemonte con la “Metromontagna”, un piano strategico che mira a integrare le aree montane con le realtà metropolitane, per valorizzare le filiere locali, abbattere la distanza tra produzione e consumo e sostenere le economie di prossimità.

    Serve, per tornare al tema del convegno, una pianificazione, frutto di una visione: una visione che sia espressione degli abitanti dei luoghi, interpretata e messa a fattor comune attraverso le reti degli attori locali, con il contributo decisivo di innovatori sociali, anche esterni all’area e ai comuni coinvolti, capaci di traguardare con maggiore lucidità il senso dei luoghi. Serve in sostanza un pensiero “laterale”.

    Servono “politiche sensibili ai luoghi”, come suggerisce Barca, riconoscere, cioè, che ogni contesto territoriale porta con sé valori, conoscenze, disuguaglianze e potenzialità. Politiche “cieche allo spazio”, che adottano misure uguali per tutti, finiscono per favorire i luoghi centrali e aggravare le fratture sociali e territoriali.
    Serve un radicale cambiamento di metodo, per evitare derive autoritarie e rigenerare fiducia e legami sociali.

    Solo a partire da questa visione è possibile parlare di sviluppo delle aree interne — non solo economico, come spesso si intende — ma anche sviluppo sociale, culturale e identitario, ambientale (cioè sostenibile), e relazionale.

    La politica oggi sta decidendo di abbandonare a se stessi 13 milioni di abitanti che vivono nelle aree interne,decretando la morte lenta, una eutanasia economica e sociale.Un pezzo d’Italia, da cancellare dall’agenda politica.
    Un Appennino vuoto fa gola a tutti. Nessuna resistenza, nessun corteo. Tutto si potrà fare.
    Più è spopolato, meglio è.

    Le aree interne non devono essere tutelate per nostalgia, ma perché sono strategiche per la coesione, la giustizia sociale e la transizione ecologica.
    L’Area Interna Alto Matese potrebbe persino non esistere, poiché al comune capofila mancano due servizi essenziali su tre: un DEA di primo livello (l’ospedale c’è), e una stazione “silver” (la ferrovia c’è). La miopia politica l’ha resa area interna.

    Piedimonte Matese conta 10.000 abitanti, Alife 7.000, Gioia e San Potito Sannitico, insieme, circa 5.000.
    Si tratta di comunità di valle, appena pedemontane, caratterizzate da una buona presenza di imprese che contribuisce a rallentare il calo demografico.

    Il vero problema, però, è in montagna, nelle aree effettivamente periferiche: San Gregorio Matese, Letino, Gallo Matese, e i comuni più prossimi all’area del Venafrano, come Capriati a Volturno, Fontegreca, Ciorlano, solo per citarne alcuni.
    È in questi contesti che si può avviare un graduale processo di neopopolamento e applicare quanto indicato nei dieci punti del Manifesto.
    Ma — ed è un punto cruciale — senza una buona dotazione di capitale sociale, ogni sforzo sarà vano, e questo vale per tutti i comuni dell’Area Interna Alto Matese.

    Il piano di accumulo del capitale sociale è un processo di lungo periodo. Ma bisogna iniziare ad accumularlo, anche lentamente.

    Il manifesto è un suggerimento nato dal mio lento girovagare tra le rughe di questo bellissimo Appennino.

    Questi sono i dieci punti del Manifesto per la rigenerazione dell’Area Interna Alto Matese, spunto e riflessione per successivi futuri incontri, auspicabili per una chiara identificazione degli ostacoli da superare per liberare il potenziale nascosto, a cui dare una metrica che consenta di monitorare i progressi, di valutare gli impatti, e eventualmente aggiustare la rotta.
     Il Manifesto 
    1. Mappatura delle risorse, declinata su più livelli: risorse umane, materiali e immateriali, risorse economiche e imprenditoriali.

    2. Individuazione degli innovatori dei luoghi, elementi chiave per progettare e realizzare il cambiamento e riattivare le energie dormienti.

    3. Coinvolgimento di ricercatori-attivisti tramite borse di studio almeno triennali, con un solido bagaglio di esperienze in ambito socio-antropologico e orientati all’uso del metodo della ricerca-azione, sul modello di Gagliano Aterno e Ostana (Montagne In Movimento).

    4. Attivazione di mappe di comunità attraverso l’ascolto partecipativo degli abitanti e l’individuazione delle faglie sociali e relazionali che ostacolano i percorsi di innovazione (Sicani,Casentino).

    5. Coinvolgimento di scuole specializzate in percorsi di formazione rivolti a chi intende costruire alternative concrete all’attuale modello economico (sfide sociali e ambientali, nuove dinamiche di sviluppo, rafforzamento delle competenze e trasformazione delle idee in azione), ispirandosi a esperienze come la Londa School of Economics, la Scuola di Ecologia Politica in Montagna, la Fondazione Garrone-Progetto Appennino, le Officine Capodarno, la Scuola di Fornara, la Piccola Scuola Rurale.

    6. Processi formativi su più livelli: decisori apicali e amministratori locali, imprenditori emergenti, membri delle associazioni territoriali.

    7. Festival dedicati alla rigenerazione territoriale delle aree interne, come spazi di confronto, contaminazione e costruzione di reti (Borgo Futuro, Foglia Tonda,Appennino Futuro Remoto).

    8. Promozione della semi-residenzialità, legata alla decentralizzazione urbana e allo sviluppo di nuove tecnologie: nuovi abitanti, neo-rurali, nuovi montanari, residenze artistiche (La Caserma Archeologica, Start Working).

    9. Riscoperta della coscienza e della conoscenza delle identità locali, per attivare percorsi mutualistici di reciprocità tra le associazioni e per la realizzazioni di reti, che costituiscono un motore fondamentale per il rafforzamento del capitale sociale e la coesione territoriale (Stato dei Luoghi).

    10. Istituzione di una cabina di regia e di un osservatorio permanente, composti dagli attori coinvolti nei vari processi, per garantire visione, continuità e monitoraggio delle azioni.

    Vi ringrazio per l’attenzione.

    Ho affidato questo mio scritto, affinché venga letto, all’amico dr. Agostino Navarra, attuale Presidente del Parco Regionale del Matese.

    Elaborato a Pesaturo dagli amici di Emidio di Treviri, a Ussita da Patrizia, a San Vittoria in Matenano dalla Piccola Scuola Rurale, nella Val di Fiastra con gli amici di Borgo Futuro, a Cupramontana dalla Tribù delle Noci Sonanti, a Arcevia da Angelo Verdini, a Sansepolcro dalla Caserma Archeologica, a Badia Tedalda da Alberto Santucci.
    Scritto nelle foreste dei Camaldoli.

    Leggi anche Area interna “Alto Matese” progetti contro lo spopolamento: interventi su mobilità, sanità e istruzione. Clicca

    Alto Matese Salvatore Capasso snai strategia nazionale aree interne

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    1 commento

    1. Domenico Boiano on 30 Giugno 2025 11:53

      L’Alto Matese ( Piedimonte Matese e dintorni) non ha, per numero di abitanti, il “ peso specifico politico “ nell’ambito della regione Campania ( caratterizzata da una Metropoli come Napoli e la sua area metropolitana: preponderante nell’intero ambito regionale).
      L’Alto Matese, come anche gran parte della provincia di Benevento, hanno più comunanza di destino con i territori del Molise ( montuosità, caratteristiche culturali “ sannitiche “ degli abitanti, ecc. ) rispetto ai restanti territori della Campania ( pianura, caratteristiche culturali da “ magna Grecia “, ecc. ).
      Sono convinto che da una “ aggregazione “ di questi territori con il Molise ( trasformando quest’ultima in Molisannio) contribuirebbe a dare “ maggior peso “ alla attuale Regione Molise ed a contribuire a dare un “ comune destino “ all’Alto Matese ed alla maggior parte della provincia beneventana.
      Comune destino ( che significa anche possibilità di crescita, di messa a disposizione di risorse, di infrastrutture, di comunanza di interessi e vocazioni, ecc. ) che la Regione Campania ( per le sue dimensioni e caratteristiche) NON può assicurare NONOSTANTE gli sforzi “ episodici e frammentari “ che sono stati portati avanti nei decenni ( dalla creazione delle Regioni ad oggi).
      E’ necessario che la classe politica ( di qualsiasi orientamento politico) che attualmente governa in questi territori se ne faccia una ragione di ciò e trovi il coraggio di trarne le conclusioni ( parlandone ai propri cittadini/elettori ) per iniziare un nuovo percorso che porti alla suddetta trasformazione istituzionale come premessa politica/organizzativa di una rinascita di un territorio che è rimasto, dal dopoguerra, a lungo penalizzato e che rischia la..”desertificazione “!

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