Salvatore Capasso* – Il PSNAI (Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne) aggiornato a marzo 2025 e presentato il 9 aprile 2025, dopo l’approvazione della Cabina di Regia per le Aree Interne (ex D.L. 124/2023), è il primo piano organico nazionale che coordina gli interventi; definisce obiettivi comuni; introduce un monitoraggio unitario.
Rispetto alla SNAI 2014-2024, le differenze sono nette: approccio strategico e sistemico (non più sperimentale), 124 aree coinvolte (non 72), governance centralizzata, fondi coordinati (FSC, PNRR, PAC, FESR, FEASR), servizi estesi allo sviluppo locale, consultazione pubblica nazionale, monitoraggio strutturato con Openkit, innovazione allargata a turismo, agro-energia e digitale. In sostanza, il PSNAI integra politiche e fondi, ma centralizza esecuzione e controllo.
La redazione del Piano si è basata sull’analisi preliminare e la ricognizione delle risorse, sulla consultazione pubblica e su due studi fondamentali condotti rispettivamente dal CNEL (demografia) e dal CENSIS (clusterizzazione).
Il contributo del CNEL
Lo studio demografico del CNEL ha evidenziato un quadro di declino irreversibile: entro il 2080 l’Italia perderà 13 milioni di abitanti (scenario mediano). Il Mezzogiorno subirà il calo più drammatico, mentre il Centro-Nord lo conterrebbe parzialmente. Da qui la classificazione delle aree interne in quattro obiettivi:
1. inversione di tendenza della popolazione (non realizzabile);
2. ripresa delle nascite (possibile in alcune aree, non al Sud);
3. contenimento della riduzione (obiettivo della maggioranza dei comuni); 4. accompagnamento allo spopolamento irreversibile.
Quest’ultimo riguarda piccoli comuni in forte declino, con squilibrio generazionale, bassa attrattività e prospettive di sviluppo minime. Non ci sarà inversione di tendenza, ma un “piano mirato per un declino dignitoso”. Da qui la polemica: un piano che sembra eutanasia sociale, affidato agli stessi comuni chiamati a riconoscersi in uno dei quattro obiettivi.
Un dettaglio rivelatore: nel Piano, per centri e comuni intermedi si parla di “persone”, mentre per i comuni ultraperiferici di “individui”. Una distinzione linguistica che pesa: la persona porta dignità e diritti, l’individuo è una monade biologica. Il nazismo, ricordava Primo Levi, tolse ai deportati il nome riducendoli a individui. Arendt scrisse che i totalitarismi spogliano l’uomo della condizione di persona.
Il contributo del CENSIS
Il CENSIS ha riclassificato le 124 aree in 4 cluster: 1. Benessere a rischio (52 aree, soprattutto al Nord); 2. Stranieri come fattore compensativo (13 aree, dove l’immigrazione contrasta l’invecchiamento); 3. Spopolamento più veloce dell’adattamento (17 aree, per lo più nel Mezzogiorno); 4. Povertà dietro l’angolo (42 aree, quasi tutte nel Sud).
L’analisi delle spese mostra un’omogeneità preoccupante: le risorse si sono concentrate quasi solo su “Natura, cultura e turismo” e “Mobilità”, trascurando agricoltura, allevamento, imprenditoria giovanile, artigianato, filiere del legno, formazione e sicurezza del territorio.
Nuova governance
Il Piano riconosce i limiti della SNAI (complessità, eterogeneità, lentezza) e introduce un forte presidio centrale. Resta l’enfasi su principi cardine (ruolo dei comuni, partecipazione, diritto di restare), ma la governance centralizzata rischia di indebolirli. Nei servizi essenziali entrano anche sviluppo locale, rigenerazione urbana, agroalimentare, energia rinnovabile. L’associazionismo tra comuni è requisito d’accesso, purché non solo formale.
Criticità e rischi
Il nuovo impianto, pur valorizzando i contributi di CNEL e CENSIS, rischia di sancire una logica selettiva: alcune aree verranno “accompagnate al declino” e persino declassate da comunità di persone a comunità di individui. Una prospettiva che divide il Paese in territori da salvare e territori da lasciar spegnere.
Che fare?
Lo spopolamento non deve essere accettato come destino irreversibile. Le comunità possono reagire; in sette punti la proposta a portata di tutti:
1. rafforzare iniziative dal basso;
2. rilanciare le reti associative per rigenerare il tessuto sociale;
3. convocare Stati Generali delle Aree interne appenniniche e alpine;
4. creare una rete appenninica e alpina di portatori di interesse; 5. istituire una Cabina di Regia “ombra”, capace di proporre alternative;
6. chiamare il ministro al confronto;
7. organizzare una manifestazione nazionale in bicicletta, simbolo di resistenza e di lotta pacifica.
*Cicloviaggiatore e ricercatore delle Aree interne
