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    Home»L'italia fuori dall'Italia»Prima lavapiatti a San Salvatore Telesino poi chef per Gordon Ramsey. La storia di Luca Occhibove  
    L'italia fuori dall'Italia

    Prima lavapiatti a San Salvatore Telesino poi chef per Gordon Ramsey. La storia di Luca Occhibove  

    Prosegue la rubrica di Clarus. "L'Italia fuori dall'Italia" dedicata ai giovani emigrati dal Matese
    Guglielmo Ferrazzano3 Marzo 2026Nessun commento

    Per varie ragioni, diverse persone tengono i propri sogni chiusi nel cassetto.
    Luca appartiene a chi si rende conto che la vita va affrontata con coraggio, e che i propri sogni vanno afferrati allungando la mano. Cambia strada mentre studia ingegneria, e non sceglie un settore semplice. Si rimbocca le maniche e investe in una formazione nel mondo della cucina. Davanti a lui un sogno, dietro di lui la famiglia, che con l’esempio gli ha insegnato a sopportare la fatica e il sacrificio. Di recente è apparso in una serie Netflix al fianco di Gordon Ramsey.
    Questa è la storia di un altro matesino approdato a Londra e che sta facendo parlare di sé: lo chef Luca Occhibove.

    Chi è Luca Occhibove e da dove viene?
    Sono nato e cresciuto fino ai 18 anni a Piedimonte Matese. Dopo il diploma al liceo scientifico sperimentale, ho iniziato un percorso universitario in Ingegneria presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Tuttavia, durante gli studi ho capito che la mia vera passione era un’altra: la cucina. Così ho deciso di cambiare strada, trasferendomi a Siena per iniziare il mio percorso nel mondo della ristorazione e trasformare quella passione in una professione.

    Come sei arrivato a Londra?
    Dopo l’inizio del mio percorso accademico a Siena, ho mosso i primi passi in cucina lavorando come lavapiatti in un ristorante di San Salvatore Telesino. Successivamente ho svolto due importanti stage: uno al Romeo Hotel di Napoli e l’altro all’Hotel Il Pellicano a Porto Ercole. Quella a Porto Ercole è stata la mia ultima esperienza in Italia e mi ha aperto le porte del Claridge’s Hotel, a Londra.
    Insieme allo Shangri-La at The Shard e il Bulgari hotel, sono i cinque stelle lusso che più hanno contribuito alla mia formazione professionale e personale.

    Londra. A sinistra Luca Occhibove, accanto a lui Gordon Ramsay

    Di recente sei apparso nella serie Netflix “Being Gordon Ramsay”: che effetto ti ha fatto? E com’è stata l’esperienza?
    L’esperienza legata all’apertura del Lucky Cat by Gordon Ramsay è stata la più dura e allo stesso tempo la più straordinaria della mia vita.
    Le difficoltà erano tante: una cucina pan-asiatica ispirata ai viaggi di Gordon Ramsay, un ristorante completamente nuovo da strutturare in ogni dettaglio, situato al 60° piano di un grattacielo, e in più la presenza costante delle telecamere per le riprese Netflix.
    È stata una sfida intensa sotto ogni punto di vista, ma rivedere tutto nella serie è stato emozionante e motivo di grande orgoglio.

    Ramsay è davvero così esigente come appare in televisione?
    Sì, è estremamente esigente. Pretende moltissimo da se stesso e, di conseguenza, anche dal suo team. Questa attitudine si riflette su tutta la brigata: ti ritrovi a voler dare il massimo quasi per rispetto verso il suo percorso e i suoi sacrifici. Quando ami questo lavoro, però, quell’esigente disciplina non pesa: diventa uno stimolo costante a migliorarti.

    Hai conosciuto diversi stili culinari e cucine internazionali: quale ti ha colpito di più?
    La grande fortuna di lavorare in una città cosmopolita come Londra è la possibilità di entrare in contatto con culture e tradizioni gastronomiche da tutto il mondo.
    Tra le varie cucine che ho avuto modo di sperimentare, quella asiatica — in particolare cantonese, malese, thailandese e giapponese — è quella che mi ha colpito di più.
    È diventata una vera area di studio e approfondimento per me, soprattutto grazie alle esperienze allo Shangri-La e da Lucky Cat, che mi hanno permesso di esplorarla in modo autentico e professionale.

    Qual è la soddisfazione più grande che incontri nell’essere chef?
    Può sembrare una risposta scontata, ma la soddisfazione più grande è vedere i clienti felici e percepire l’orgoglio del personale di sala e di cucina mentre serve e prepara i piatti. La felicità è un’energia che si trasmette: quando il team lavora bene e l’ospite è soddisfatto, si crea un equilibrio speciale. È però un meccanismo molto fragile: se non viene curato con attenzione, rischia di rompersi, generando frustrazione e insoddisfazione. Mantenere quell’armonia è una delle responsabilità più grandi di uno chef.

    Qual è, invece, il sacrificio più difficile da accettare?
    Le tante ore in cucina. Si lavora spesso tra le 12 e le 15 ore al giorno; quando va bene, 8 ore sembrano quasi un part-time. Questo ritmo, nel lungo periodo, può pesare.

    A sostenermi sono la passione per il mio lavoro e l’esempio di mio padre e mia madre che non si sono mai fermati davanti alla fatica. È anche grazie a loro se ho imparato a dare valore al sacrificio.

    Come sono le tue relazioni sociali? Quali differenze noti rispetto all’Italia?
    Vivere in una grande metropoli è molto diverso dal crescere in un piccolo centro come Piedimonte Matese. In una megalopoli hai la possibilità di conoscere migliaia di persone, ma raramente si instaurano legami profondi come quelli che si creano in un paese. Inoltre, Londra è un mosaico di culture: alcune sono meno espansive e calorose rispetto a quella italiana. Questo arricchisce molto dal punto di vista professionale e umano, ma rende le relazioni più complesse e meno immediate.

    Dopo la Brexit, che aria si respira in Inghilterra?
    L’atmosfera è cambiata. Prima della Brexit si percepiva un’aria più europea, più simile alla nostra. Oggi si respira un clima più internazionale, con una forte presenza di culture arabe e asiatiche. Nel settore della ristorazione, uno degli effetti più evidenti è la carenza di personale: prima il mercato del lavoro era sostenuto da professionisti provenienti da tutta Europa, mentre ora la situazione è più complessa.

    Cosa ti manca di più della tua terra d’origine?
    Senza dubbio la famiglia e gli amici. Non poter condividere i momenti importanti, non vedere le persone care crescere e cambiare è la mancanza più grande. Mi manca anche l’aria pulita e la genuinità della gente: qualità che nelle grandi città si trovano più raramente.

    In Italia la ristorazione oltre ad essere vetrina e straordinaria esperienza di visibilità e di ricchezza, presenta molti lato oscuri rivelandosi uno dei settori più massacranti precari. Cosa manca per rendere veramente sostenibile il settore?Servono serietà, professionalità e almeno due giorni di riposo garantiti. Le ore di lavoro sono simili in molti Paesi quando si mantengono standard elevati, ma ciò che spesso manca in Italia è la chiarezza su cosa si riceverà in cambio dei sacrifici fatti. La passione può compensare molte cose, ma non paga affitto, bollette e spese quotidiane. Per rendere il settore più sostenibile occorrono maggiore trasparenza contrattuale, turni più dinamici e incentivi concreti. Alcune realtà stanno già andando in questa direzione, ma serve un cambiamento più diffuso.

    Ritorneresti in Italia per avviare un tuo progetto o lavorare per altri?
    Sì. In Italia esistono realtà straordinarie che stanno adottando un’impostazione più internazionale, attenta sia agli standard qualitativi sia al benessere dei dipendenti.

    Se un giorno si aprisse la porta giusta, la voglia di tornare a casa sarebbe forte.

    Se incontrassi il te stesso prima di partire, quale consiglio gli daresti?
    Gli direi: “Vai ancora più lontano. Non fermarti a Londra. Gira il mondo, scopri nuove culture, poi torna a casa con un bagaglio pieno di esperienze.” Quello che fai a vent’anni difficilmente puoi farlo più avanti. La curiosità di viaggiare e scoprire cucine diverse si riflette nel mio percorso professionale, anche se Londra è una calamita potentissima, da cui non è facile staccarsi.

    Cosa manca alla tua terra per trattenere i residenti, in particolare i giovani?
    Una presenza più concreta delle istituzioni, con investimenti nello sviluppo e nell’ammodernamento delle infrastrutture, soprattutto nei trasporti. Collegare meglio le piccole realtà alle grandi città significherebbe offrire più opportunità e rendere quei territori meno isolati.

    Quale consiglio daresti a chi amministra per evitare ancora tante valigie?
    Investire nel territorio con chiarezza ed efficienza. Per anni ho pensato che alcuni cantieri fossero eterni; vivendo all’estero ho capito che molti interventi possono essere realizzati in tempi rapidi, se gestiti con organizzazione e responsabilità.
    La differenza spesso non sta nelle risorse, ma nella capacità di utilizzarle bene.

    Guglielmo Ferrazzano

    Gordon Ramsy a Londra posa per la sua serie Netflix; accanto a lui la brigata della cucina
    Emigrazione giovanile fondazione migrantes giovani Gordon Ramsey L'Italia fuori dall'Italia Luca Occhibove netflix partenze Valigie

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