
«Per qualcuno sembra che io sia sparito dalla circolazione ma solo perché mi concentro al massimo sui percorsi formativi e la famiglia. Poi, ritorno!»
A parlare è Giovanni Di Muccio, matesino doc, classe 1997 avviato al mondo della pizzeria a 9 anni. Quando si inizia da così giovani, non si parte sùbito col prodotto principale ma si procede per gradi. Si tratta della famosa gavetta, termine oggi abusato. Si segue il maestro come un’ombra, rubandogli il mestiere con gli occhi. Si impara a sistemare il carico di legna, a pulire il forno e il locale. Poi, con timore reverenziale, si passa al forno.
Per molti il lavoro è un traguardo, per altri è un continuo sperimentarsi, ed è per questo che torniamo a parlare di Giovanni.
Ricordiamo che aveva aperto la pizzeria “Nonno Peppe” a Piedimonte Matese, nel quartiere di San Domenico, traversa di San Rocco. Dopo il Covid-19 ha deciso di andare via. Da una parte c’era la riduzione dei clienti e del passeggio verso il quartiere storico, con un impatto netto sui guadagni. Dall’altra c’era la voglia di mettersi in gioco e continuare a evolversi.
Il primo balzo importante è stato di 300 chilometri: Giovanni si è trasferito a Marsciano, in provincia di Perugia (leggi la sua storia su Clarus).
«Dopo Marsciano – racconta Giovanni – volevo continuare a formarmi.
Prima di prendere decisioni importanti mi hanno da chiamato diverse pizzerie, perché quando ti trovi bene in un settore si crea un legame con i colleghi, e tornano a contattarti. Ma volevo fare esperienze nuove, perciò ho deciso di spostarmi di nuovo».
Da lì un altro balzo, stavolta di mille chilometri, verso la Sicilia: «sono in Sicilia da un po’ di mesi e ho aiutato nell’apertura di una pizzeria in teglia. Significa aver lavorato al prodotto, contribuito nella formazione del personale e dato una mano laddove servisse. Tutto quello che serve per alzare la serranda, insomma».

Nel frattempo non c’è solo l’esperienza diretta sul campo ma anche un ritorno tra i banchi, per approfondire un settore che, contrariamente a qualche pregiudizio ancora a passeggio, richiede molto studio: «Mi piace provare cibi e preparazioni nuove. In questo mondo, se vuoi fare sul serio, si studia molto: le farine, gli impasti, le preparazioni, le diverse tipologie di cotture, le temperature e tanto altro. È Chimica, precisione e allenamento continuo. Per rispondere al mio bisogno di migliorarmi, sto raccogliendo le risorse per vivere un percorso di alta formazione gastronomica, allo scopo di diventare un maestro esperto.
In questi contesti stringi nuovi contatti e sei vicino a maestri che vediamo in tv o sulle riviste. Si tratta di una scelta importante, perché alcuni percorsi durano anche 5 anni.»
Molti che partono tagliano i ponti con la terra di origine. A volte maturando anche una forma di disprezzo verso la terra natia.
Giovanni, invece, parte da quella e la mescola alle nuove esperienze.
«Parto sempre dai nostri prodotti [quelli del Matese, ndr] e le nostre origini, sperimento nuove combinazioni. Sarebbe bello, e non è impossibile, tornare nella mia terra e portare quello che sto scoprendo. E perché no, nel futuro, trasmettere conoscenze a chi si sta avvicinando a questo mondo.»
Dopo la parentesi siciliana, Giovanni torna in Campania per qualche giorno: una boccata di ossigeno per la famiglia, e un breve parentesi prima della nuova partecipazione al Campionato mondiale di pizza DOC, al polo fieristico Next a Paestum che si terrà i giorni 11, 12 e 13 novembre 2026.
«Come dicono i maestri, anche se non si vince, si è comunque bravi, perché si fa esperienza!» conclude Giovanni.
Ma noi vogliamo concludere con un altro dato: secondo il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), tra il 2011 e il 2024 la Campania ha visto partire 196mila giovani verso altre regioni italiane o all’estero (vai al Rapporto).
Il flusso in uscita pare inarrestabile.
Il racconto diffuso vuole che questi giovani devono partire per fare esperienze e portarle nella loro terra di origine, migliorandola di conseguenza.
La domanda è: se Giovanni, come altri, tornassero a casa, troverebbero condizioni favorevoli? La loro terra sarebbe pronta ad accogliere le innovazioni, e, giustamente, le aspettative di una vita soddisfacente?