
«Ho visto e vissuto tante condizioni lavorative ma quella meno soddisfacente la ritrovo sempre quando torno in Italia.» A calare la mannaia è Reghina Ciccarelli, cresciuta ad Alife e di radici russe; 28 anni a settembre. Dopo la scuola superiore ha letteralmente messo lo zaino in spalla e iniziato a viaggiare per il mondo.
Non è solo per il piacere delle nuove esperienze. Non solo per il concedersi periodi di riflessione ma per «andare a prendere qualcosa che serve alla mia interiorità».
Molti di noi lo farebbero leggendo libri, seguendo corsi, conoscendo nuove persone e relegando al viaggio una funzione di relax.
Reghina ha stabilito che il mondo è la sua scuola. Se un Paese può darle qualcosa, se lo va a prendere, da sola. Deve aver già imparato tanto, perché sulla sua biografia di Instagram, spuntano più di 20 bandiere di Paesi stranieri.
Chi è Reghina Ciccarelli?
Chi sono? Non saprei. Sono in continua evoluzione e trasformazione, forse potrei dire che so solo di essere, ma non so bene cosa voglio essere.
Dopo la scuola superiore sei partita… e non hai più smesso di viaggiare, cosa ti ha spinta diventare una giramondo a 360 gradi?
Mi ha spinto la voglia di sapere cosa c’era al di fuori del mio Paese, di me stessa e dei limiti stessi. Volevo qualcosa di più, confondermi, scoprire e chiedermi cose sulla “Signora Vita”.
Molti partono e si stabiliscono altrove; tu no, sembri non avere radici, quali emozioni provi quando sei in giro?
Come dico sempre: solo stando in movimento io mi sento viva dentro.
No, non riesco ancora a stanziarmi, ho ancora tanto da vedere.
L’unica radice che ho impiantato è questo mio bisogno costante di vivere altre culture e mettermi alla prova. Casa é ovunque tu possa donare il tuo cuore e sentirti libero di esprimerti.
Oggi al Cairo, domani in Nepal; viaggiare costa…come fai a sostenerti?
Da più di quattro anni alterno le stagioni in Svizzera e quelle in Francia.
Anche se pare abbia trovato una strana comfort zone nella Francia, soprattutto nell’agricoltura.
Beh… rispetto all’Italia mi sento molto più serena, soprattutto se si parla della Svizzera e di come funziona finanziariamente. Lo stipendio favorisce una vita “migliore”.
O meglio, puoi permetterti di fare “quel passo” che in Italia non ti è concesso. Dovresti attendere svariati anni; o in un modo o nell’altro, ci sono intoppi. La Svizzera è efficiente, non perde tempo: ferrea e giusta.
In Francia mi occupo di agricoltura di tutti i tipi, restando spesso 4 mesi fuori; alterno sempre lavoro e il viaggio. Credo sia giusto prendere aria e spendere i soldi in viaggi ed esperienze.
Non tutti, o perlomeno io, hanno bisogno di un contratto indeterminato.
Ciò non toglie l’impegno che personalmente metto in ogni lavoro. Ritornando specificatamente alla domanda: gli agricoltori francesi quando qualcosa non va, o c’è qualsiasi corruzione da parte dello Stato, scendono in strada.
Protestano per giorni e giorni e si ribellano finché non ottengono ciò che vogliono. Diciamo così: negli anni ho osservato che c’è un forte senso di giustizia.
In Italia, no! In Italia son tante parole al vento e, forse, per questo tutti vanno via.
Anche se ad oggi sto pensando di puntare a posti come Nuova Zelanda, Islanda, Australia e Norvegia, dove il lavoratore è ancora tutelato, in un certo senso.
Avendo lavorato un po’ ovunque, viene da chiederti quali condizioni di lavoro hai incontrato in giro e quanto sono differenti con l’Italia.
Cambiando spesso i lavori, posso dirti che la fatica più grande la ritrovo sempre quando ritorno alla terra: “la terra è bassa, lo spirito è alto”. Mi ricordo questo, per darmi forza. Ma non posso lamentarmi più di tanto perché alla fine mi danno sempre un posto dove abitare, del cibo, e vengo pagata regolarmente. Faccio le mie ore e torno a casa.
Con gli anni ho instaurato un rapporto di fiducia e di rispetto ovunque vada e, ovviamente, con i capi. Ho imparato tanto lavorando nell’agricoltura: Il senso di umiltà e una giusta forma di resilienza. Ma non nego che nei primi anni abbia visto anche in Francia le ingiustizie, o comportamenti di discriminazione. Ricordo un episodio: il ragazzo che ci fece lavorare in quella terra stava spiegando al suo amico, ridendo e scherzando, quanti soldi facesse per ogni testa nostra. E scriveva sul vetro della macchina quanti soldi guadagnava. Non mi piacque, mi sentii un numero. Non una persona con identità ma un numero. Un numero che serviva ad altri per guadagnare. Fu umiliante, o bene… una sensazione strana nella pancia.
Con gli altri lavori mi son divertita, soprattutto quando ero in viaggio.
Quando posso, cerco di lavorare negli ostelli. E per me, più che lavoro è uno scambio interculturale.

In Marocco, nonostante la paga fosse bassa, avevo altre cose che mi ripagavano: il mare davanti agli occhi tutte le mattine, una colazione grandissima, ed ero in compagnia. Le piccole cose, capisci? Quelle fanno la differenza.
Lanzarote lo stesso, pulivo le tavole da surf e in cambio avevo un letto e cibo.
Ma tutto con massima serenità, come se far così, fuori, fosse “normale”.
In Svizzera, quando lavorai in panificio mi diedero una stanza e il contratto il giorno stesso. Ma mai sentita sfruttata o altro.
Ho visto e vissuto tante condizioni lavorative ma quella meno soddisfacente la ritrovo sempre quando torno in Italia: gli orari che vanno oltre il contratto e non vengono retribuiti; il problema della comunicazione, e di mantenere il senso di squadra se si lavora in gruppo. I contratti inesistenti, o cose a metà. Ripeto, io in Italia non mi trovo bene, non mi sento serena di esprimermi e sentirmi efficiente.
Racconti tutto sui social, specificatamente su Instragram: foto, video, storie e racconti. Che rapporto c’è col pubblico che ti segue?
Mhmm… che domanda strana! Racconto tutto sui social, vero, ma cerco di portare più autenticità possibile. Non racconto solo il bello, e non do false aspettative. Cerco di mostrare un essenza di semplicità che ormai va sempre a scemare, essendo che i social cercano lato estetico e la perfezione, ovunque.
Col le persone che mi seguono c’è “armonia”.
Fortunatamente, ho persone che abbracciano, o sostengono, questa filosofia di vita. Altri ancora le rispettano, anche se non condividono tutte le scelte. Amo a prescindere avere confronti che siano di accrescimento per entrambe le parti, purché ci sia educazione, ed educazione emotiva. Siamo pur sempre dietro uno schermo, capisci?
Avrai sicuramente contatti sparsi ovunque sul globo, come sono le tue relazioni sociali?
La maggior parte delle persone che amo e che tengo nel cuore sono sparse nel mondo. In ogni luogo e posto ho conosciuto delle sorti di guide, sorelle e fratelli! Nonostante sia sempre in giro, cerco di essere presente nelle vite di chi, quando avevo bisogno, c’è stato. Ma non ti nego che io amo star sola, anzi, come dico sempre: “Io sto sempre con la mia libertà a vagabondare“.
Qual è stata l’esperienza più bella che hai vissuto, finora, durante i tuoi viaggi? Difficile, ma credo di essere arrivata ad una conclusione: la prima fu l’India. Quando realizzai che stavo per andarci e che non era più un sogno, mi sentii come avessi vinto alla lotteria, e con le mie forze arrivai lì, a Varanasi. Da sola, con i miei piedi, fino a lì: sembrava impossibile! La città più sacra e spirituale dell’India. Dove la morte si incontra con la vita. Mi abbandonai a quel posto per riscoprire altre versioni di me.
Per capire ancora una volta quali strani insegnamenti dovessi imparare dalle persone, dalla cultura, e scavare dentro di me altre sfumature. Osservavo tutto, ogni singolo dettaglio. Poi, presi un respiro, e ricordo: iniziai a vivere davvero!

La seconda in Senegal. Da un semplice volontariato, divenni referente e scoprii l’amore Universale. Il donarsi in maniera pura per i bambini e per la vita senza chiedere nulla in cambio. Ciò mi bastava e mi basta. In quel posto, ho imparato i valori e bisogni che prima facevo fatica a comprendere, o non ero pronta a farlo. I bambini sono diventati la mia luce, e ho cercato di creare un’armonia assoluta. La città, i costumi, le strade: ovunque andassi sentivo amore.
In Senegal sono stata amata e ho imparato ad amare me stessa per la prima volta.
Quale, quella più brutta?
Credo in Indonesia. Andai in motorino con una persona poco affidabile (poi il giorno dopo seppi che era un ricercato) e quando capii la problematica della situazione, scappai. Non c’era tempo né di fare domande né tantomeno di restare lì. Il mio intuito sapeva che doveva muoversi e togliersi da quella situazione. Dopo due ore di cammino, riuscii a imboccare la strada giusta e a prendere un motorino per tornare in ostello. Ma, fortunatamente ho sempre il mio istinto che prevale, e sa quando una cosa sta succedendo e semplicemente mi allontano. Ma sì bisogna avere cautela, sempre e ovunque!
Sei tu incontrassi la te stessa di 18 anni, quale consiglio le daresti?
Gli direi di non voltarsi mai indietro e che la libertà la guiderà passo dopo passo.
Di non sentirsi inferiore a nessuno, perché la vita gli insegnerà tutto a tempo debito. Che sta scegliendo la strada giusta ma soprattutto la sensibilità dentro al suo petto è un dono, non un difetto. Di essere umile ma di sognare in grande!
Pensi mai di ritornare alla tua terra e stabilirti lì?
Si, son nata in un villaggio di Pskov in Russia, ma non credo che sia quella la mia terra. Una terra meravigliosa, tutta mia… la voglio, certo, ma è ancora presto per capire qual è.
L’area da cui provieni, seppur ricca di potenzialità, fa fatica a trattenere residenti, soprattutto i giovani. Con un bagaglio culturale e di esperienze così grande, secondo te cosa manca alla tua terra di origine per essere più accogliente e svilupparsi su tutti i fronti?
Secondo me, manca di promesse/azioni vere e proprie. Nel senso, siamo bravi tutti a parole però un ragazzo in Italia fa fatica a trovare una sorta di serenità o tutela per i propri diritti e bisogni. Come se gli facessero credere qualcosa che alla fine l’Italia non dà e, l’italiano se lo va a prendere altrove. Se solo ci fossero meno chiacchiere e più fatti…
Per non parlare della grave carenza sulla tematica degli stipendi, tra i più bassi in Europa. Io vedo la politica italiana come “Il paese dei balocchi”, nient’altro da aggiungere.
Quale consiglio dai a chi amministra (La politica)?
Consiglio? Di dare gran lunga spazio ai giovani, perlomeno che si possa respirare aria di rivoluzione a tutti i livelli, e che si abbatta la paura di vivere o di arrivare a fine mese.
Nel momento in cui chiudiamo questa intervista, Reghina è partita per la Bosnia.