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    Home»Chiesa e Diocesi»Corpus Domini, “un Pane e un Calice non a basso prezzo”. Commento al Vangelo
    Chiesa e Diocesi

    Corpus Domini, “un Pane e un Calice non a basso prezzo”. Commento al Vangelo

    Redazione13 Giugno 2020Nessun commento
    Di Padre Fabrizio Cristarella Orestano
    Comunità Monastica di Ruviano

    Clicca per visitare il sito del Monastero

    Ultima Cena, Alfredo Pettinari, affresco http://www.ultimacenapettinari.com/

    Santissimo Corpo e Sangue di Cristo
    Dt 8, 2-3.14-16; Sal 147; 1Cor 10,16-17; Gv 6, 51-58

    La solennità del Corpus Domini ci riporta a quel dono pasquale che è l’Eucaristia per cui tutti i misteri che abbiamo celebrato, dall’Incarnazione alla Pentecoste, sono doni attuali, tangibili, fruibili, che ci incontrano nei nostri oggi. La realtà dell’Eucaristia, del Corpo e Sangue del Signore Gesù, è il Padre che ancora tanto ama il mondo da dare il suo Figlio (cfr Gv 3,16), l’Eucaristia è luogo della potenza umile dello Spirito che rende presente la Pasqua di Gesù per impregnarne le nostre vite.

    L’Eucaristia ci consegna una memoria viva e costante di ciò che l’amore di Dio ha fatto per noi e, nel consegnarcela, ci riempie di quell’amore stesso.

    Il passo del Deuteronomio che oggi si legge nelle nostre assemblee è insistente sul tema del “ricordare” … il cuore della fede è un “ascolto” che deve costantemente versarsi nel “ricordo” di Dio e delle sue opere di salvezza … L’ascolto alimenta il ricordo ed il ricordo dà all’ascolto la forza del “desiderio”. Chi ricorda desidera e Dio vuole il nostro desiderio! L’Eucaristia è dono di grazia che fiorisce dall’ascolto di Cristo e dal ricordo di Lui. L’Eucaristia è il suo Corpo e il suo Sangue che sono memoria del suo amore per noi e luogo di comunione con Lui e con i fratelli. Una memoria che chiede comunione; fare comunione al Corpo e al Sangue di Cristo è lasciarsi plasmare la vita dalla sua vita; il Corpo, infatti, ci è dato da Gesù quale segno della sua vita concreta e ci riporta alla nostra vita concreta: la vita dell’uomo si esprime in un “corpo” che vive, agisce, gioisce, patisce … “questo è il mio corpo” cioè “questa è la mia vita” e con quella vita offerta Gesù ci chiede di fare comunione! L’Eucaristia ci chiede comunione con il Calice del suo Sangue, con il Calice dell’offerta della sua vita! L’Eucaristia ci domanda di essere offerta fino all’estremo, fino alla morte! L’Eucaristia non è realtàtenue, inoffensiva; è fuoco divorante che chiede vita e morte con Cristo, per Cristo ed in Cristo. Nel passo dell’Evangelo di Giovanni abbiamo sentito un tratto del discorso eucaristico del sesto capitolo in cui Gesù proclama che “colui che mangia di me vivrà per me” e vivere per Lui non può significare altro che vivere in forza di Lui, destinato a Lui e come Lui! L’Eucaristia è il suo sacrificio che ci domanda di offrirci in sacrificio, l’Eucaristia è il banchettoin cui i fratelli si ritrovano con Lui in una comunione radicale per annunziare comunione ad un mondo lacerato da infinite divisioni. Un’assemblea di divisi non può celebrare un’Eucaristia che sia ciò che Cristo ha desiderato prima della sua Pasqua!

    L’Eucaristia quella comunione la esprime e produce; la esprime nel pane spezzato che è il Corpo del Cristo spezzato per amore e nel vino versato che è il suo Sangue offerto per noi; la produce con quel Pane e quel Calice condivisi da fratelli che, in quell’assemblea, si riconoscono tali e si lasciano plasmare come tali!

    Cristo Gesù che si fa cibo e bevanda esprime e realizza la comunione per cui chi vede un’assemblea eucaristica dovrebbe sempre vedere un’icona vivente dell’amore fraterno e chi esce da un’assemblea eucaristica dovrebbe sempre essere un uomo convinto di fraternità, un uomodeciso a lottare per essa, a lottare contro i propri egoismi e le proprie meschinità e mediocrità.

    Dopo questo tempo di quarantena una riflessione sulle nostre Eucaristie urge per davvero! Si è voluti tornare a una celebrazione certamente depotenziata nei segni e di segni vive la liturgia … depotenziata perché impone distanze, depotenziata perché la fraternità non si esprime in gesti di vera comunione, depotenziata da guanti e mascherine … tutte cose giuste e necessarie – per la carità! – ma che con la celebrazione eucaristica fanno a pugni. Non era meglio attendere ancora? Mi pare che quello che importava a molti cristiani (di qualunque stato: ministri o “laici”) era tornare al rito; d’altro canto anche il ritorno alle celebrazioni non ha visto questa grande richiesta e questa “fame” eucaristica di cui si diceva … Non so! Certo è un mio parere! Di certo si impone una seria riflessione su che consapevolezza c’è nella Chiesa, su cosa davvero sia l’Eucaristia al suo cuore. Una sospensione accompagnata da una seria riflessione avrebbe forse fatto molto bene al Regno di Dio! Le nostre Eucaristie, anche nella prassi pre quarantena davano segni abbondanti di vuoto – non solo di affluenza – ma soprattutto di reali collegamenti con la vita e con la prassi ecclesiale, per alcuni prevaleva e prevale il precetto, per altri l’occasionalità dettata da tappe ritualizzate della vita dalla nascita alla morte, per la gran maggioranza indifferenza e lontananza. Come più volte ho detto credo che questa sia stata una grande occasione che spero non sia del tutto perduta. La solennità del Corpus Domini ci faccia fare oggi una seria riflessione di cosa sia questo immenso dono che Cristo ha lasciato alla Chiesa, dono da non svilire, né svendere, né neutralizzare nella sua graffiante provocatorietà.

    Chi celebra l’Eucaristia deve avere sempre nel cuore e sullo sfondo del suo orizzonte di vita il “mandatum novum” che Gesù ha consegnato ai suoi nella sua ultima sera con loro: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (cfr Gv 14, 34-35). L’Eucaristia è casa della fraternità ed è fonte di fraternità. L’Eucaristia ci fa convinti di fraternità se la celebriamo davvero e non ne facciamo un rito “religioso” ed “indolore”, un rito che addirittura neutralizza la forza dell’Evangelo dandoci una generica rassicurazione di tipo religioso e cultuale. L’Eucaristia, come Gesù ce l’ha consegnata, è gesto compromettente da non smaterializzare: c’è un corpo da “masticare” (Giovanni usa un verbo brutale: “trogo”, che non significa semplicemente mangiare ma “masticare”) c’è una concretezza da assumere; carne e sangue dati e da masticare! Pensate alla smaterializzazione dell’Eucaristia in ostie leggere ed impalpabili che nulla hanno più del pane; pensate al ridicolo divieto “devoto” di masticare l’ostia o alla fissazione ridicola di alcuni “pii” di non toccare il pane eucaristico … tutte vie di stolta “spiritualizzazione” di un gesto compromettente che deve invece, nell’intenzione di Gesù, toccare la nostra carne, la nostra concretezza, il nostro carnalissimo quotidiano.

    La Solennità di oggi ci fa puntare il cuore a quel pane spezzato che è Cristo, al suo Corpo che si fa nutrimento alla nostra fame e povertà, ma la Solennità di oggi ci ricorda che il “Corpus Domini” è anche la Chiesa di Cristo, fratelli concreti radunati dall’amore e uniti nella condivisione di quel Pane e di quel Calice santissimi. Un Pane ed un Calice che però non sono a basso prezzo, né sono realtà banalmente consolatorie, ma sono Cristo, sono Cristo che ci chiede accesso per farci suo Corpo ancora visibile al mondo in questo oggi storico, suo Corpo che prolunga la sua azione di raccontare Dio alla storia, di raccontarlo come Evangelo di pace e di salvezza, come Evangelo di comunione! Capiamo che se è così – come è così – l’Eucaristia non può essere quel luogo neutro e svuotato che tantissime volte diviene, non lo possiamo né permettere né tollerare … mi pare che ance in questa occasione ne abbiamo fatto un campo per fare battaglie di potere e di influenze e non un luogo di vero incontro con gli uomini nostri fratelli … già tanti anni fa il mai abbastanza compianto cardinale Martini diceva con forza: “Meno Messe e più Messa!” Il mondo ha bisogno della vera Eucaristia con tutte le consapevolezze e le provocazioni che grida e non di suoi surrogati più o meno pii; ecco perché noi discepoli dovremmo saper ripetere come i santi Martiri dell’Abitene (Cartagine 304): “Sine dominico non possumus” cioè: “Non possiamo vivere senza l’Eucaristia”! E la parola “sine dominico” esprime non solo l’Eucaristia in sé che è il Corpo ed il Sangue del Signore ma assieme all’assemblea e alla comunione fraterna che in essa si vive! Senza i surrogarti si può vivere non senza la vera Eucaristia! Sine dominico non possumus! Straordinario! Davvero “non possumus”!

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