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Dall’Afghanistan a Piedimonte Matese. “Rezai che sognava la pace” oggi è un ingegnere da 110

Nel 2014 su Clarus raccontammo la sua storia di profugo giunto a Piedimonte Matese dall’Afghanistan e qui accolto dalla famiglia Civitillo. Oggi per lui si apre un tempo nuovo, di vita veramente risorta

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Rahmat Rezai, trovò accoglienza a Piedimonte Matese nel 2007 dopo una lunga fuga dalla barbarie talebana in Afghanistan. Aveva solo 14 anni ma la sua vita pesava di più: la morte dei genitori; nei suoi occhi distruzione e desolazione; l’obbligo di un lavoro impostogli dalla parentela che lo aveva in custodia; una rocambolesca fuga dalla sua terra d’origine; la solitudine unica compagna di viaggio; la paura del domani…
Afghanistan, Iran, Turchia, Grecia, Bari, Pietravairano, Piedimonte Matese la lunga rotta verso la salvezza.
Ospitato e cresciuto dalla famiglia Civitillo, ha frequentato le scuole medie e il Liceo nella città che lo ha accolto ai piedi del Matese e da pochi giorni ha concluso la sua brillante carriera universitaria laureandosi in Ingegneria meccanica per la progettazione e Produzione alla Federico II con voto 110.

“Rezai che sognava la pace” titolammo così il numero di Clarus (mensile) pubblicato nel dicembre 2014 (Scarica la pubblicazione).
Nelle pagine preparate in prossimità di Natale raccontammo la storia di un ragazzo “nato sotto la buona stella” (anche queste furono parole che usammo per descrivere la sua singolare vicenda); la sua storia doveva inserirsi in una rubrica dedicata ai “successi” di giovani e meno giovani del territorio e la sua vicenda di profugo scampato alla morte ci sembrava quanto mai opportuna da proporre. Non andò così, perché il racconto della sua vita durò per ore nella Redazione di Clarus, e meritava di più (ne meriterebbe ancora!), per cui decidemmo di farne la ‘storia di Natale’ dedicata ai nostri lettori: un racconto di speranza; di vita rinata grazie alla determinazione del giovanissimo Rezai, grazie al bene ricevuto da tanti sconosciuti lungo il suo viaggio verso la salvezza, grazie alla famiglia che lo accoglieva nel Matese e in un certo senso gli donava una nuova possibilità. O che tutto fosse dipeso dal fatto che il piccolo afghano fosse venuto al mondo proprio la vigilia di Natale? Colsi in quella data un segno, per lui ma anche per noi che ne accoglievamo il racconto e celebravamo l’inizio di una nuova pace nel figlio di Dio…

Oggi, alla vigilia di Pasqua, la sua storia torna a parlarci e si completa. Chiude un tempo fatto di nascita, famiglia, dolore e morte, cammino, tradimenti e approda all’esperienza della resurrezione che ci apre gli occhi su un tempo diverso. Per Rezai significherà nuove esperienze e nuove relazioni, la ricerca di un lavoro, il sogno concreto di una famiglia…

Per noi cristiani, che tra pochi giorni pregheranno sul dolore di Cristo e quello del mondo, e poi celebreremo a Pasqua la vittoria del Bene, una storia come questa torna ad essere motivo per recuperare quei segni di speranza che Dio non fa mancare nella storia dell’umanità, a volte presenti come delicati germogli, altre volte come dirompenti cascate di grazia… che ricolmano le crepe aride della storia.

“O la morte o la vita. Voglio vedere Dio da che parte sta…”. Furono queste le sue parole quando gli chiesi fino a che punto si fosse spinta la disperazione che cresceva al pari della fame, della solitudine, del freddo, delle lacrime.

E Dio sì… ancora una volta ha scelto la vita. E la sceglie per tutti gli uomini, di ogni razza e religione perché il suo progetto di pace trovi ogni giorno, anche nella storia di una cittadina come Piedimonte Matese, la sua verità.

La storia di Rahmat a chi oggi scrive e si misura con la bella responsabilità dell’informazione, insegna che davanti ad una tomba, ad una storia di dolore o apparentemente senza continuità bisogna starci da sentinelle pazienti per scorgere ancor prima che faccia giorno i segni della vita che rinasce. E trasformarli in annuncio… Dietro queste, dentro queste scelte….vive la Chiesa.

Congratulazioni Rahmat, e grazie…!

1 COMMENTO

  1. Non conoscevo la storia di questo giovane Ingegnere e della sua tragica fuga dall’Alfaganistan all’Italia. L’accoglienza della famiglia Civitillo di Piedimonte Matese oltre ad essere stato un grandissimo gesto di umanità e responsabilità verso gli altri, dimostra anche in questo caso che l’integrazione è possibile e diffusa.

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